Aaron Betsky (Direttore della Biennale di Architettura di Venezia 2008)

Ritengo che i confini tra architettura e design stiano diventando sempre più fluidi. Questo non significa che l'architettura non abbia un suo contributo da offrire al dibattito. In arte, in architettura ed nel design, la questione è come si possa mappare il mondo che ci circonda. Come possiamo rappresentare e rinnovare questo mondo, e come possiamo vedere questo mondo come una riorganizzazione, una ri-articolazione ed anche una apertura di quello esistente. E' facile notarlo nel design: - il Drog design è stato in questo senso pioniere di idee - e anche nell'arte. E si può osservare in architettura: iniziamo ad osservare edifici che non sono costruzioni nuove ma ri- assemblaggi di edifici esistenti. Detto questo, credo che l'architettura abbia il suo contributo da offrire perché ha una capacità di comprendere la realtà a livelli tra loro molto diversi, di materialialità ed anche astrattezza. L'architettura arriva a comprendere la fisicità del mattone, il mattone come modulo costruttivo ed anche le questioni finanziarie e di codifica inerenti alla costruzione. Può spaziare dal molto astratto al molto concreto. L'architettura ha inventato la "religione" dello spazio. D'altronde lo spazio è come una fede, devi crederci perché altrimenti non esiste, perché non lo puoi né toccare né annusare. Questa religione è quella che si muove dietro gli edifici, che ci spinge a pensare che esiste un'esigenza di ri-organizzare il nostro ambiente, che in qualche modo possiamo trovare uno spazio nel quale possiamo stare in ascolto di noi stessi, degli altri e del mondo che ci circonda. Questo risponde alla domanda sul globale ed i locale: è l'architettura che ci consente di trovare un posto nel mondo, per capire noi stessi ed entrare in relazione con spazi molto più ampi. Utilizza costrutti organizzativi, una coreografia dello spazio, la sua abilità di mettere insieme i materiali per farci sentire a casa nel mondo moderno.